Internet prima dei social: cosa abbiamo guadagnato e cosa abbiamo perso
Internet è diventato più semplice, veloce e accessibile, ma nel frattempo abbiamo lasciato agli algoritmi una parte delle nostre scelte. Forse vale la pena recuperare qualcosa della rete che conoscevamo prima dei social.
Chi ha iniziato a usare Internet prima dell’arrivo dei social network ha conosciuto una rete molto diversa da quella di oggi, non necessariamente migliore e certamente molto meno comoda, ma costruita attorno ad abitudini che nel giro di pochi anni abbiamo quasi completamente dimenticato.
Per trovare qualcosa bisognava innanzitutto decidere di cercarla. Si arrivava su un sito attraverso un motore di ricerca, si scopriva un blog seguendo un link trovato da qualche altra parte, si frequentava un forum perché parlava di un argomento che ci interessava, si entrava in un canale IRC perché qualcuno ce ne aveva parlato o semplicemente perché il suo nome aveva attirato la nostra attenzione. Poi c’erano MSN e gli altri programmi di messaggistica, le directory, i portali e quella quantità infinita di piccoli siti personali che spesso erano brutti, disordinati e tecnicamente improbabili, ma avevano quasi sempre qualcuno dietro.
Internet era più complicato, richiedeva un minimo di curiosità e qualche volta anche parecchia pazienza, ma soprattutto non aveva ancora un posto centrale dal quale passava tutto. Ognuno finiva per costruirsi una propria piccola mappa della rete, fatta di siti nei preferiti, community frequentate abitualmente, persone conosciute online e indirizzi che valeva la pena ricordare.
Poi sono arrivati i social network e sarebbe abbastanza ingenuo raccontare che abbiano soltanto peggiorato le cose. Hanno reso Internet enormemente più accessibile, hanno permesso a milioni di persone di pubblicare qualcosa senza sapere nulla di HTML, server o configurazioni, ci hanno consentito di ritrovare persone perse di vista da anni e hanno trasformato la rete in uno strumento quotidiano anche per chi, fino a quel momento, la considerava qualcosa per appassionati.
Oggi possiamo prendere un telefono dalla tasca e in pochi secondi vedere cosa sta succedendo dall’altra parte del mondo, ascoltare qualcuno che conosce benissimo un argomento di cui fino a cinque minuti prima ignoravamo persino l’esistenza oppure parlare con una persona che vive a migliaia di chilometri da noi. È difficile rimpiangere seriamente un’epoca nella quale per ottenere una frazione di tutto questo servivano un computer, un modem e una discreta dose di pazienza.
Nel frattempo, però, è successo qualcosa di più sottile. Man mano che Internet diventava più semplice da usare, abbiamo cominciato a delegare alle piattaforme una parte sempre maggiore delle nostre scelte.
Da “dove voglio andare?” a “cosa mi fai vedere?”
Una volta, collegandoci, decidevamo dove andare. Aprivamo il forum che frequentavamo, entravamo nella nostra chat, controllavamo un paio di siti o leggevamo i blog che avevamo scelto di seguire. Se lì non succedeva niente di interessante, potevamo andare da un’altra parte. Oggi molto spesso il primo gesto è diverso: apriamo un’applicazione e iniziamo a scorrere quello che qualcuno ha già preparato per noi.
Quel “qualcuno”, naturalmente, è quasi sempre un algoritmo.
Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato in questo. La quantità di contenuti pubblicati ogni giorno è talmente grande che senza qualche sistema capace di selezionarli sarebbe difficile orientarsi, e spesso questi sistemi funzionano anche molto bene. Imparano cosa ci interessa, riconoscono gli argomenti sui quali ci soffermiamo e riescono continuamente a proporci qualcosa che probabilmente avremo voglia di guardare.
Il problema è che ci siamo abituati talmente tanto a questo meccanismo da non accorgerci quasi più che esiste. Due persone possono aprire oggi lo stesso social network e trovarsi davanti due rappresentazioni completamente diverse del mondo, costruite sulla base di quello che hanno guardato, cliccato, commentato o ignorato nei giorni precedenti. Non stiamo più semplicemente scegliendo cosa leggere: qualcuno sta cercando continuamente di prevedere cosa vorremo leggere dopo.
Quando una community era un posto
Anche il concetto stesso di community è cambiato insieme a tutto il resto.
Una community, nell’Internet di qualche anno fa, era prima di tutto un luogo. Si sceglieva di frequentare un forum, un canale IRC, una chat o un determinato sito e, tornando giorno dopo giorno, si finiva inevitabilmente per conoscere le persone che erano lì. Non erano state selezionate perché avevano gusti compatibili con i nostri e nessun sistema aveva calcolato che avremmo avuto maggiori probabilità di interagire con loro. Erano semplicemente le persone che frequentavano quello stesso posto.
Questo significava anche incontrare qualcuno con cui non eravamo d’accordo, leggere una discussione che normalmente non avremmo cercato o scoprire un interesse soltanto perché quella sera qualcuno aveva deciso di parlarne. Naturalmente significava anche incontrare persone noiose, discussioni inutili, troll e litigate memorabili: idealizzare quel periodo sarebbe tanto sbagliato quanto pensare che tutto ciò che è arrivato dopo sia necessariamente migliore.
Forse, però, proprio quella casualità aveva un valore che oggi tendiamo a sottovalutare.
Una timeline che non deve conoscerti
È una delle cose sulle quali abbiamo ragionato anche costruendo Over40. La community ha una timeline, perché è un modo semplice e ormai familiare per condividere un pensiero, una fotografia, un video o qualcosa che si vuole far vedere agli altri, ma abbiamo scelto di non mettere un algoritmo tra chi pubblica e chi legge.
La timeline non cerca di capire quali contenuti potrebbero piacerti di più, non decide quali persone meritino maggiore visibilità e non cambia quello che vedi sulla base di ciò che hai fatto ieri. Quello che viene condiviso compare secondo il suo ordine naturale e, se qualcosa ti interessa, sei tu a decidere di fermarti, leggerlo e magari rispondere.
Non è una battaglia contro gli algoritmi e non pensiamo certo che Internet dovrebbe farne a meno. Sono strumenti straordinariamente utili quando bisogna orientarsi tra milioni di informazioni, prodotti, video o risultati di ricerca. Semplicemente ci siamo chiesti se una community abbia davvero bisogno di conoscere così bene i propri utenti da dover scegliere al loro posto persino quello di cui potrebbero avere voglia di parlare.
La nostra risposta, almeno per il momento, è stata no.
Una community relativamente piccola può ancora permettersi qualcosa che sulle grandi piattaforme sarebbe probabilmente impossibile: lasciare un po’ di spazio al caso, alle persone e alla curiosità. Può permettersi che un post venga visto non perché un sistema ha stabilito che ha buone probabilità di generare una reazione, ma semplicemente perché qualcuno lo ha pubblicato e qualcun altro era lì in quel momento.
Non era tutto meglio prima
Questo non significa voler ricostruire la rete di trent’anni fa. Chi c’era ricorda anche tutto quello che funzionava male: connessioni lentissime, configurazioni incomprensibili, programmi che smettevano improvvisamente di funzionare, siti che sembravano progettati apposta per mettere alla prova la vista e ore trascorse a risolvere problemi che oggi richiederebbero pochi secondi. E nemmeno le vecchie community erano paradisi digitali popolati soltanto da persone educate e interessanti: troll, provocatori e discussioni assurde esistevano ben prima che qualcuno inventasse Facebook o TikTok.
Non avrebbe quindi molto senso chiedersi se Internet fosse migliore allora oppure oggi. Quasi certamente, sotto moltissimi aspetti, oggi è migliore.
La domanda che ci interessa di più è un’altra: mentre lo rendevamo più veloce, più semplice e immensamente più grande, abbiamo lasciato per strada qualcosa che valeva la pena conservare?
Forse sì. La libertà di scegliere un posto e tornarci senza che qualcuno debba continuamente suggerircene un altro. La possibilità di incontrare persone che nessun algoritmo avrebbe pensato di presentarci. Una conversazione che può essere interessante anche se coinvolge cinque persone e non diventerà mai virale. Un contenuto che non deve conquistare visibilità prima di poter essere visto. E soprattutto l’idea che una community possa essere ancora un luogo nel quale si entra perché ci sono delle persone, non soltanto un flusso infinito di contenuti scelti per convincerci a restare.
Non vogliamo tornare all’Internet del 1998. Quell’Internet appartiene al suo tempo e, per molti aspetti, siamo contenti di averlo lasciato lì.
Vogliamo recuperare alcune delle cose che quell’Internet aveva capito bene.